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La crisi delle nostre parrocchie (2)

mer 14 set 2022 11:09 • By: Renato Pellegrini

Tra i problemi la fatica di comunicare

VALLI DEL NOCE. Nell’articolo della settimana scorsa ho accennato (Qui l'articolo), fra l’altro, alla crisi di persone che vivono le nostre parrocchie. Questo porta con sé una serie di conseguenze niente affatto secondarie. Meno persone significano anche meno menti pensanti. Non è una novità, forse, perché già Giorgio Gaber annotava con una certa amarezza: e pensare che c’era il pensiero! La fatica di pensare porta anche nelle parrocchie un progressivo impoverimento culturale, una formazione non adeguata, proposte poco significative, accontentandosi spesso «di ciò che piace alla gente». Ci si accontenta di ripetere il passato senza un interesse vero per i giovani e ciò che vivono, senza nemmeno accorgersi che troppo spesso si resta inchiodati su formule stantie e una vuota retorica che fa sorridere o peggio allontanare uomini e donne, credenti o non credenti che hanno strumenti culturali più solidi. Alla crisi di pensiero fa seguito la crisi di formazione sia da parte dei preti che dei laici.

Ricordo il consiglio che Jean Guitton ricevette da sua madre: «Se vuoi essere cristiano, devi essere intelligente». Che non vuol dire disprezzare la semplicità, ma avere consapevolezza del mondo che cambia e necessità di fuggire la superficialità. La parrocchia vive anche una crisi di strutture, frutto di un passato di fedeltà e generosità, oggi sproporzionate rispetto al numero di persone che frequentano e dei fondi che essa raccoglie.

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C’è ancora una crisi di comunicazione. Abituata per molto tempo ad essere l’unica realtà capace di elaborare proposte di fatto onnicomprensive (dalla formazione dei bambini alle attività ricreative, dalla carità alla cultura), oggi si trova a competere con agenzie ed enti molto più capaci di comunicare, perché in grado di intercettare le giovani generazioni o di valorizzare competenze professionali, così da oscurare il canale comunicativo parrocchiale. La parrocchia fatica a comunicare le sue attività, anche quando sono interessanti e creative, prigioniera o della superficialità che tocca il kitsch, o dell’anacronismo spinto, quasi fossimo rimasti agli anni ’70 o ’80.

La fatica di comunicare è anche conseguenza di un problema di linguaggio: la grammatica e il lessico parrocchiale troppe volte non dicono più niente all’uomo di oggi, non si fanno eloquenti né comprensibili. Nel tempo della comunicazione, la parrocchia ha ancora una buona notizia: ma come può dirla alle persone, ormai la maggioranza, che abitano fuori dal ‘recinto ecclesiale’? La parrocchia vive infine una crisi di identità, frutto spesso delle crisi precedenti. Nel XXI secolo, cosa vuole essere la parrocchia? Erogatrice di sacramenti? Rassegnata comunità di superstiti nostalgici del tempo antico? Banco vendita dei propri talenti? Agenzia sociale? Agenzia del culto? Gruppo autoreferenziale di amici? Centro anziani? Cerchia di impauriti che si riconosce in poche parole d’ordine? Ente pellegrinaggio? Centro estivo per bambini? C’è un’identità che deve essere ricostruita, tra rinunce salutari (e probabilmente dolorose), aperture, coraggio, smarrimenti. L’inerzia, la navigazione sotto costa, le contraddizioni sono segni di una comunità in cerca di se stessa. Non sapendo chi è, privata della guida del clero sempre più anziano e sempre meno numericamente disponibile, deve elaborare una nuova identità a partire dal battesimo, mentre non sa cosa dire al mondo.

Mi pare inoltre di poter dire che la parrocchia sembra incapace di rispondere ai nuovi fenomeni di «appartenenza debole». La chiesa pare avviarsi ad una modalità di presenza sul territorio che si prospetta come galassia di piccole comunità: ognuno sceglie la comunità nella quale percorrere un tratto della propria esistenza cristiana. Le ragioni di vicinanza alla chiesa dove si celebra la domenica o i sacramenti, non appare più nel concreto così stringente da determinare i criteri di appartenenza precisa. Conosco cristiani che vivono in una parrocchia ma di fatto esprimono la loro vita di fede in un’altra comunità. Questo perché la parrocchia tradizionale, dove la comunità religiosa si sovrapponeva praticamente alla società civile, pare soggetta a smobilitazione. Qualcuno, da qualche parte, ha proposto persino di affiggere fuori dalla sua porta il cartello «Chiuso per restauri». È solo una battuta o vuol significare qualcosa di più? In Francia già da qualche decennio si è verificato un impressionante ridimensionamento del numero delle parrocchie. La situazione italiana e anche diocesana è dal mio punto di vista chiamata ad andare incontro allo stesso destino. (continua)



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