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Storie di pestilenze, prima dei social

lun 02 mar 2020 • By: Alberto Mosca

A fame, peste et bello libera nos Domine: sette secoli di epidemie nelle valli del Noce

Pestilenze, epidemie, santi ausiliatori: un panorama ben rappresentato nella storia e nell’arte nelle valli del Noce. E la rappresentazione figurativa più esplicita la troviamo a Pellizzano, in una splendida pala dipinta nel 1630 da Carlo Pozzi: in essa si vede il lazzaretto, con tanto di appestati sistemati nelle botti mentre i cadaveri vengono portati via verso la fossa comune trattata con la calce… Accanto a loro i santi ausiliatori Rocco, Antonio abate, Antonio da Padova e Sebastiano, mentre la Vergine Maria intercede presso il figlio affinché ponga fine all’epidemia… La peste era quella di Trento, dalla quale anche il vescovo Carlo Emanuele Madruzzo cercò scampo rifugiandosi nel suo castello di Nanno. Un’epidemia che in Val di Sole arrivò in quello stesso anno, specialmente nella pieve di Ossana, e poi nel 1636, uccidendo quasi 200 persone.

Altrettanto forte è la traccia epigrafica che troviamo nella chiesa di Pegaia, in Val di Peio: qui un anonimo, invocando la protezione di S.Rocco, attestava come la valle fosse “circondata dalla peste”, preservata da un cordone sanitario che tuttavia rendeva difficoltoso il rifornimento alimentare. Un documento del 1766 di Celledizzo, ricordava ancora l'area del cimitero nella quale erano stati sepolti i morti della peste nel 1630.

Allo stesso modo, nel 1633 i regolani di Peio e di Comasine, si accordavano in merito alla suddivisione delle spese sostenute in occasione del contagio della peste nella pieve di Ossana.

Risale a quegli stessi anni la data 1632 incisa su un grande masso dalle parti di Cavizzana: posto sulla strada di accesso al paese, lì era appostata la guardia che impediva l'accesso ad esso, e che ancora oggi porta il nome popolare di "Sas de la guardia".

Dei tragici fatti di quegli anni abbiamo una testimonianza diretta, quella del pievano don Marino Giarolli: nel 1636 il parroco evidenzia un ritorno del male epidemico, che all’inizio fu forse non adeguatamente considerato, ma che poi si sviluppò in un tragico crescendo. Numerosi furono i morti tra i gli elementi più in vista della comunità; addirittura, alcune famiglie si estinsero completamente. Il morbo infuriò prima a Malé, poi si allargò a Pracorno, Bolentina e Montes, arrivando fino a Croviana, Monclassico e Presson. Poi il cordone sanitario probabilmente circoscrisse la catena dei contagi.

Scrive don Marino: “L’anno 1636, il 14 del mese di maggio nella Villa di Malé morì un Arnoldo del fu Piero da Canal, dopo essere stato ammalato solamente tre giorni. Per il che non si fece altra considerazione, non pensando mai a simile cosa. Dopo 4 giorni s’ammalò Domenica moglie di mastro Simon Tirlet, alla quale io sottoscritto ho amministrato i Sacramenti della Penitenza, Comunione ed estrema Unzione. E subito dopo si ammalò una sua figliola. Allora si incominciò a sospettare di qualche male di contagio e così si impizzò di tal sorte quasi in tutta la Villa. In poco tempo e per tutto il mese di agosto in detta Villa e nel lazzaretto, posto sotto il ponte di Malé, e anche in Pracorno, ne morirono 170 circa. In questo tempo ancora s’attaccò il contagio a Bolentina e Montes, che vi morirono più della metà, a Croviana sotto la chiesa morirono 9 persone, a Presson in tutto 9 persone e così ad perpetuam rei memoriam e con preghiera N.S. la S.ma Virgine Maria e li gloriosi SS.ti Fabiano Sebastiano e Rocco negli difenderne da simil infirmità".

Solo a dicembre si ricominciò a seppellire i morti con le dovute solennità e a gennaio 1637 a battezzare i bambini.

A causa dell’epidemia la comunità di Bolentina dovette sopportare molte spese, tanto da essere costretta ad ipotecare la malga e il prato “in val Brenza”, per ottenere un importo di 300 ragnesi “ob morbum contagiosum qui in dicta villa anno elapso crassatus est in sepeliendo cadavera, purgando domus contagio infectas”, ovvero per seppellire i morti e disinfettare le case.

Di un altro lazzaretto, stavolta a Caldes, posto “al prato dal molin” abbiamo notizia nel 1510, anno di pestilenza: da lì fece testamento il nobile Antonio di Caldes, figlio naturale di Prettele di Castel Caldes.

Ancora della peste del 1510 ci viene attestazione dal voto fatto dagli abitanti di Almazzago: avrebbero edificato una chiesa se fossero stati risparmiati dalla pestilenza.

Il voto venne rispettato e costruita la chiesa di S.Rocco.

Torniamo alla grande peste della metà del Trecento che, tra il 1347 e il 1352 uccise un terzo della popolazione europea, ovvero circa 25-30 milioni di persone: di essa abbiamo traccia locale in un documento trentino del 1352, in cui i canonici del capitolo tridentino consideravano la pieve e la chiesa di Malè, con le doti e le cappelle annesse annientate dalle guerre, dagli incendi e dalla peste, tanto che nessun sacerdote era disposto a prendere in mano la situazione e risollevarne le sorti. Fu per questi motivi che il Capitolo dispose di concedere la pieve con tutti i diritti e le cappelle filiali al prete Enrico di Bopfingen. Fu dopo la Morte nera che fiorirono le confraternite animate da pie intenzioni, come quella che a Cles istituì l’ospedale.

Un’altra testimonianza diretta di pestilenza è del 1575-1577, che colpì tutta l’Italia e che fu la più grave dopo quella di metà Trecento. Sappiamo che il morbo colpì in particolare il paese di Caltron: lo sgomento fu tale che per implorare la fine dell’epidemia la comunità di Cles promise l’istituzione di una primissaria, che avvenne nel 1576. Della circostanza abbiamo notizia dall’investitura beneficiale del 3 maggio 1770 a favore del prete Bartolomeo Torresani: in essa si ricorda come venne “instituta et erecta fuit anno 1576 mensis decembri occasione voti facti a Comunitate Clesii ob pestem in villa Caltroni tunc temporis gravantem”. Lo stesso evento a Venezia portò all’edificazione, a partire dal 1577, della chiesa del Redentore. Ma anche nei secoli successivi, a Cles non mancarono fenomeni epidemici gravissimi: con il vaiolo nel 1797, che portò alla tomba 123 persone, tra cui 63 bambini; con la febbre del 1809, con 39 vittime, in tempi in cui le popolazioni erano provate dalle difficoltà portate da 15 anni di guerra pressoché ininterrotti; nel 1822, quando la diffusione della “rioma” portò via 40 bambini.

Non mancano poi luoghi ancora oggi misteriosi: come il capitello di S.Teresa, sulla "via lunga" che congiunge Terzolas ai Molini sul Noce: in località “a Pontantich” potremmo essere di fronte ad un edificio sacro sorto sopra un cimitero di appestati. 

Arrivarono quindi le epidemie di colera di metà Ottocento: se gli episodi del 1830 e del 1836 vennero superati con poco danno, del tutto tragico fu il bilancio della diffusione del morbo nel 1855, quando tra luglio e ottobre morirono in tutta la Val di Non ben 1300 persone, 6200 nell’intero Trentino; a Cles il bilancio fu pesantissimo, con 155 vittime; la prima di esse fu il mugnaio Ferdinando Zanon, deceduto a 17 anni il 18 agosto; l’ultima fu Giambattista de Maffei, 75 anni, il 10 ottobre. A Tuenno andò anche peggio, con 201 morti, mentre 107 furono a Vigo di Ton; in misura minore venne colpita l’alta Val di Non. E anche allora abbiamo traccia delle ricadute economiche dell’epidemia, con le strutture più avanzate di allora, gli stabilimenti termali di Rabbi e Pejo, impegnati in una comunicazione pubblicitaria tesa a far sapere di essere immuni al contagio.

Dopo il colera, non mancarono le opere votive: come a Campodenno dopo l'epidemia del 1836, con la pala d'altare commissionata al pittore roveretano Domenico Udine; o a Denno, con l'erezione di un nuovo altare ai santi patroni Gervasio e Protasio (gentile comunicazione di Cristino Gervasi).

Infine con l’influenza spagnola, la pandemia più grave nella storia umana, che tra il 1918 e il 1920 colpì pesantemente una popolazione stremata dagli anni della Grande guerra, causando nel mondo ben 100 milioni di vittime, di cui 22 nella sola Europa. In Trentino i morti furono circa 10.000.

 

Nelle immagini: Carlo Pozzi, Il lazzaretto, 1630 (particolare), Pellizzano, chiesa della Natività di Maria; la scritta incisa nella chiesa di S.Bartolomeo di Pegaia; la facciata della chiesa di S.Lucia di Caltron; Giacomo Borlone de Buschis, Trionfo della Morte e Danza macabra, Oratorio dei Disciplini, Clusone, 1484-1485.

 

 



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