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Fratelli tutti

dom 11 ott 2020 09:10 • By: Renato Pellegrini

Il cammino coerente di papa Francesco

Don Renato Pellegrini e, sullo sfondo, il cupolone di San Pietro

Ricordate l’inizio del pontificato di Francesco? Il papa esprimeva un desiderio forte e chiaro: «Come vorrei una Chiesa povera per i poveri», delineando subito quale fosse il suo sogno e la sua idea per il mondo.

Ed è stato coerente fino ad oggi, guardando sempre a quel traguardo da raggiungere, resistendo a critiche feroci che salgono contro di lui dal Vaticano, da certa politica di destra e dallo sconquasso degli scandali finanziari del Vaticano e di qualche cardinale, nostalgico di una chiesa potente e ricca. Più mercante nel tempio e principe di una Chiesa medioevale che servitore umile di Cristo.

Francesco no, Francesco guarda e vive il Vangelo sine glossa, così com’è. Guarda alla famiglia, alla sua grandezza e non condanna le sue fragilità, non condanna i gay e tende instancabile la sua mano verso i poveri di qualsiasi tipo.

L’enciclica «Fratelli tutti» è un messaggio universale valido per credenti e non credenti. Dice il Papa che il dialogo deve essere il metodo principale perché ci sia armonia tra gli uomini e con la nostra casa comune, la terra. La fraternità è da promuovere non a parole ma nei fatti, che si concretizzano «in una politica migliore», quella non sottomessa agli interessi della finanza, ma al servizio del bene comune, in grado di porre al centro la dignità di ogni essere umano e di assicurare il lavoro a tutti.

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Papa Francesco sottolinea poi che un mondo più giusto si raggiunge promuovendo la pace, che non è soltanto assenza di guerra, ma una vera e propria opera «artigianale» che coinvolge tutti.

Aperta da una breve introduzione e articolata in otto capitoli, l’Enciclica raccoglie, come spiega lo stesso pontefice, molte sue riflessioni sulla fraternità e l’amicizia sociale, collocate «in un contesto più amplio» e integrate da «numerosi documenti e lettere» inviate a Francesco «da tante persone e gruppi di tutto il mondo».

Dopo essersi soffermato sui tanti malanni della nostra epoca (egoismo e disinteresse per il bene comune, prevalenza di una logica di mercato basata sul profitto e cultura dello scarto, disoccupazione, razzismo, povertà, disparità dei diritti…) l’Enciclica presenta l’esempio luminoso del Buon Samaritano in cui il papa sottolinea che, in una società malata, che volta le spalle al dolore ed è analfabeta alla cura del deboli, tutti devono sapersi fare prossimo dell’altro, superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche e culturali.

Tutti siamo chiamati a costruire ponti: noi siamo fatti per l’amore. I diritti non hanno frontiere: serve dunque un’etica delle relazioni internazionali. Il diritto a vivere con dignità non può essere negato a nessuno. La politica deve diventare la forma più preziosa della carità. Occorre una politica capace di tutelare il lavoro, «dimensione irrinunciabile della vita sociale». La politica è chiamata a trovare una soluzione a tutto ciò che attenta contro i diritti umani fondamentali, come l’esclusione sociale, il traffico di organi, tessuti, armi e droga, lo sfruttamento sessuale, il lavoro schiavo, il terrorismo… insomma a tutto ciò che «è vergogna per l’umanità».

L’Enciclica prende poi in esame il mercato che da solo non risolve tutto e auspica una riforma dell’ONU. Dal capitolo sesto in poi emerge il concetto di vita come «arte dell’incontro» con tutti, anche «con le periferie del mondo», perché «da tutti si può imparare qualcosa e nessuno è inutile». Infine il papa ricorda che nessuna guerra è giusta, è invece il fallimento dell’umanità. E suggerisce che con il denaro che si investe negli armamenti si costruisca un fondo mondiale per eliminare la fame.



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