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Anziani: la disumanità della solitudine

dom 01 nov 2020 10:11 • By: Renato Pellegrini

La comunità i suoi comportamenti in tempo di pandemia

C’è una recrudescenza della pandemia; il virus c’è e non intende ritirarsi. Medici e infermieri, a marzo celebrati come eroi, stanno dando tutto se stessi anche oggi.

Ma restano sullo sfondo, è aumentata la voglia di libertà e la paura di una crisi economica senza precedenti. Ma nessuno si salva da solo, siamo tutti sulla stessa barca. L’altro ti può proteggere e salvare o condannare a morte. E i comportamenti di ciascuno diventano fondamentali per vincere questa guerra.

Alle volte si dice che è il governo o i potenti del mondo che ci sono nemici. Ma il grande nemico è il virus, è l’unico vero nemico ancora in gran parte sconosciuto. C’è anche un grande egoismo che ci imprigiona in comportamenti e in dichiarazioni che hanno il sapore della disperazione e della fine. Ho sentito qualcuno ribellarsi all’invito di indossare la mascherina per rispetto almeno delle persone più anziane e quindi più a rischio. «Me ne frego degli anziani. Sono giovane e voglio godermi la mia libertà. Quelli possono anche crepare».

Non è probabilmente la ragione che parla, ma il terrore di un futuro incerto, di un tempo sospeso.

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Come non guardare ai vecchi e alla loro incertezza per il domani? È vero che sono più vicini alla morte di chi ha meno anni, ma per questo dovremmo abbandonarli? Gli anziani sono ritenuti persone che stanno per uscire dalla vita e si dimentica la loro saggezza nata dall’esperienza; sono considerati soltanto dal punto di vista demografico e le domande che ci poniamo spesso non riguarda la cura della loro persona, ma la preoccupazione per il loro peso sulla società a livello medico, sul costo che rappresenta la loro assistenza… Può accadere che qualcuno si senta davvero solo e abbandonato, invisibile, senza nome perché nessuno più lo chiama. In quest’ora drammatica vivono di nuovo l’isolamento.

A primavera s’era previsto un ritorno della pandemia, eppure poco s’è fatto perché l’isolamento potesse essere alleviato da possibili visite, in strutture apposite che permettano, senza il pericolo del contagio, di incontrarsi, vedersi, sorridersi e parlarsi.

La solitudine così vissuta diventa segno di disumanità. Il monaco Enzo Bianchi riflette: «Contrastiamo la follia che ci conduce a una vecchiaia artificiale di solitudine e di non vita, impegnandoci a percorrere vie diverse (dalle Rsa), come in altri Paesi: convivenze, condomini protetti, domiciliarità…»

Per evitare, come già da qualche parte succede, che i vecchi chiedano di non essere più curati e di essere lasciati morire al più presto. La sensibilità che notiamo nei nostri paesi e nelle nostre valli è tuttavia un segno di speranza, una rassicurazione che nessuna persona è scartata, nemmeno la più anziana.

Proprio nelle Rsa respiri un’aria di attenzione e delicatezza da parte di tutti gli operatori, dai medici, agli infermieri, agli addetti alle pulizie… Ed ora s’è aggiunta la Dimora di Frate Sole, a Terzolas nel convento dei frati cappuccini. Un progetto di cui hanno scritto i media locali che apre a nuove possibilità di collaborazione tra varie realtà e indica una strada da percorrere per sentirsi tutti parte di un’unica comunità.



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