SPORMINORE. Riceviamo e pubblichiamo l’intervento dell’ex sindaco di Sporminore Giovanni Formolo, in carica dal 2015 al 2020. Nel suo contributo, l’autore parte dalla propria esperienza amministrativa per proporre alcune riflessioni sul tema delle fusioni e delle gestioni associate dei Comuni, soffermandosi in particolare sul caso di Predaia e su alcuni precedenti storici del riordino istituzionale in Trentino.
Ho letto con interesse l'articolo di Paolo Forno del 20 luglio scorso, "Unire una comunità piuttosto che distruggere un comune", pubblicato su Nos Magazine. Le sue riflessioni mi hanno riportato alla mia esperienza di sindaco di Sporminore tra il 2015 e il 2020, proprio negli anni in cui la Provincia incentivava con forza le fusioni dei Comuni.
In quel periodo, nella Bassa Val di Non, fatta eccezione per Contà, nato dalla fusione di Cunevo, Flavon e Terres, si scelse la strada delle gestioni associate. Una scelta che comportò sacrifici e penalizzazioni, ma che nel tempo ha consentito di conservare le identità comunali rafforzando, al contempo, la collaborazione tra amministrazioni.
La mia esperienza mi ha portato a guardare con prudenza ai processi di fusione.
Allo stesso tempo, però, osservo la vicenda di Predaia da esterno e non intendo esprimere giudizi o suggerire soluzioni. Vorrei soltanto aggiungere qualche spunto di riflessione, perché i grandi cambiamenti istituzionali meritano di essere osservati da più punti di vista.
Condivido l'idea espressa da Paolo Forno secondo cui una fusione non possa essere giudicata nell'arco di pochi anni. Ma se sono necessari 10-15 anni perché venga realmente compresa e metabolizzata, non è forse proprio dopo un decennio che una comunità inizia ad avere gli elementi per valutarne gli effetti e interrogarsi, senza pregiudizi, sull'opportunità di assetti diversi?
Il Trentino ha già conosciuto, prima delle fusioni del 2015, altre due grandi stagioni di riordino comunale: quella napoleonica e quella fascista. Pur trattandosi di contesti storici e politici profondamente diversi, entrambe dimostrano come gli assetti amministrativi possano evolvere nel tempo. Il caso di Denno e Campodenno è, a mio avviso, particolarmente significativo. Nel 1928 i Comuni di Denno, Campodenno, Dercolo, Lover, Quetta e Termon furono riuniti in un unico Comune con capoluogo Denno. Dopo oltre vent'anni di esperienza amministrativa comune, non si scelse né di mantenere quell'assetto né di ripristinare i sei Comuni originari.
Nacque invece una soluzione nuova: Denno rimase Comune autonomo, mentre Campodenno, Dercolo, Lover, Quetta e Termon decisero di costituire insieme un nuovo Comune. Da sei Comuni si era passati a uno, e da uno si arrivò a due. Non un ritorno al passato, ma un nuovo equilibrio.
Questo precedente mostra che la revisione di un assetto istituzionale non coincide necessariamente con un ritorno alla situazione originaria. L'esperienza può suggerire soluzioni nuove, più aderenti ai rapporti e alle esigenze maturate nel tempo.
Per questo mi domando se ogni proposta di revisione di una fusione debba essere interpretata come un passo indietro oppure se possa rappresentare, semplicemente, una riflessione su quale sia oggi l'assetto amministrativo più adatto a rispondere ai bisogni di una comunità.
La storia del Trentino, credo, ci ricorda una cosa semplice: le istituzioni non sono un fine, ma uno strumento al servizio delle comunità. E gli strumenti, quando l'esperienza lo suggerisce, possono essere ripensati senza che questo venga interpretato come una sconfitta, ma come una fisiologica espressione della democrazia.

