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SOS Acqua

Ghiacciai: sentinelle del cambiamento climatico

gio 30 dic 2021 10:12 • By: Lorena Stablum

La maggior parte dei ghiacciai è in pericolo. Si stima che a fine secolo non esisteranno più al di sotto dei 3500 metri di altitudine

Il ghiacciaio La Mare nel 2012

I ghiacciai sono l’ambiente naturale dove più evidente si mostrano i segni del cambiamento climatico. Negli ultimi 170 anni, hanno perso oltre il 70% della loro superficie. Un tragico fenomeno che non risparmia nemmeno le nostre nevi perenni, che per millenni hanno coperto come una coltre bianca le cime dei gruppi del Cevedale e della Presanella. Ma se la loro regressione ormai è un cambiamento osservabile da un anno all’altro, quali sono gli scenari futuri? Le valli alpine, come la Val di Sole, che ingrossano i loro torrenti grazie all’acqua di fusione dei ghiacciai, sono destinate a dover fare i conti con una minor disponibilità idrica? E come cambierà il paesaggio che tanto affascina i turisti che d’estate e d’inverno frequentano le località di montagna?

“Con l’aumento della temperatura e senza i ghiacciai non dobbiamo pensare che la Val di Sole e la Val di Non rimangano senza acqua”.

A rassicurarci è Christian Casarotto, ricercatore del Muse - Museo di Scienze naturali di Trento e glaciologo del Comitato glaciologico italiano. “In valli dove i ghiacciai non sono presenti l’acqua c’è lo stesso - aggiunge infatti Casarotto -. Restano certamente un’importante risorsa idrica, portata verso il basso per la fusione, ma le valli alpine possono contare anche su un approvvigionamento che viene dalle acque di falda e dai laghi alpini. Dovremo comunque fare i conti con una gestione differente della risorsa acqua. L’arretramento dei ghiacciai porta con sé, oltre che degli effetti sulla natura, anche delle conseguenze economiche e sul turismo”.

valli del noce

I ghiacciai trentini sono studiati da un comitato scientifico composto da esperti e scienziati, oltre che del Muse, anche della Provincia e della Sat, che durante l’arco dell’anno raccolgono dati per monitorarne lo stato di conservazione. “I ghiacciai sono la manifestazione più eclatante del cambiamento climatico - spiega ancora il ricercatore -. Se oggi ne osservo uno e poi vi ritorno l’anno seguente, posso notare come esso sia cambiato nella sua morfologia, nei versanti, nel suo fronte… Sono il segno più evidente e chiaro di un fenomeno che di solito gli scienziati descrivono attraverso numeri, dati e tabelle, che forse sanno trasmettere poco. I ghiacciai sono le nostre sentinelle e la loro fusione comporta una profonda mutazione del paesaggio con l’innalzamento del limite del bosco, la possibile formazione di nuovi laghi alpini e la riduzione della biodiversità dovuta al cambiamento dell’habitat di molte specie”.

L’ultima volta che i ghiacciai sono avanzati in modo importante, si sono estesi in superficie cioè, è stato intorno alla metà dell’Ottocento: rispetto al fronte attuale, il loro limitare si trovava più a valle anche di due chilometri. “Finita la piccola glaciazione - aggiunge ancora Casarotto - inizia la regressione dei ghiacciai, interrotta solamente nei primi anni ‘20 del Novecento e poi tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’80. Da quel momento in poi non sono più scesi a valle e si è assistito a un regresso che non si è più fermato. Nella storia, non si è mai visto un arretramento così veloce e interrotto ed è ormai dimostrato che questo sia determinato dall’effetto serra di natura antropica. I modelli matematici, disegnati dagli scienziati, mostrano i ghiacciai in continuo arretramento tanto che si prevede che entro la fine del secolo non esisterà più un ghiacciaio al di sotto dei 3.500 metri di altitudine. In quest’ottica, lo sfruttamento della montagna, privata dei suoi ghiacciai, è da rivedere sia per quanto riguarda il riempimento di bacini artificiali o per la regimazione dei torrenti, che avranno portate differenti, più importanti anche nei periodi invernali. Inoltre, con l’innalzamento delle temperature avremo, invece che neve, precipitazioni liquide anche in inverno, magari più abbondanti e concentrate in un breve periodo di tempo”.

Ma cosa possiamo fare nel nostro piccolo per invertire il cambiamento climatico? Per il ricercatore ognuno di noi, quotidianamente, può fare davvero tanto. “Possiamo, ad esempio, ridurre gli spostamenti inutili, acquistare prodotti a chilometro zero, limitare sprechi, favorire il riciclo dei materiali e cambiare alimentazione contenendo il consumo di carne - conclude Casarotto -. I grandi allevamenti intensivi sono infatti un settore molto importante per il contenimento della produzione di anidride carbonica. In generale dobbiamo consumare meno e riciclare di più, risparmiare energia e ridurre il consumo d’acqua. Dobbiamo farlo perché, se le previsioni dei modelli scientifici saranno rispettate, le nostre saranno le ultime generazioni che potranno godere dei ghiacciai”.



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