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Bambini come schiavi

dom 21 feb 2021 10:02 • By: Renato Pellegrini

I ribelli del cioccolato e i piccoli lavoratori sfruttati in tutto il mondo: la riflessione domenicale

Non è una novità. Il lavoro minorile nel mondo è molto esteso e molto dimenticato. La situazione dei bambini suscita emozione, lacrime e anche rabbia, quando la si legge nella cronaca di qualche giornale, o la si vede in qualche documentario televisivo o sui social; è inaccettabile, si pensa allora, che sia loro impedito di crescere sereni, di prepararsi al futuro, perché sfruttati fino a morire. Ma tutto passa in fretta.

Basta un niente per dimenticare, in un tempo in cui le distrazioni sono molte. Chi ricorda Iqbal Mashil, il bambino che in Pakistan è stato assassinato a soli 12 anni a causa della sua lotta contro lo sfruttamento minorile? Era nato nel 1983 a Muridke. La sua famiglia, poverissima, lo aveva inizialmente costretto a lavorare in una fabbrica di mattoni e poi lo aveva venduto, all’età di cinque anni, per 600 rupie (circa 10 euro) a un fabbricante di tappeti, che lo ridusse in schiavitù. Fuggito dalla fabbrica con alcuni bambini, partecipò a una manifestazione contro lo sfruttamento dei minori. Aiutato, cominciò a studiare e a testimoniare le condizioni di estrema ferocia a cui erano sottoposti i piccoli lavoratori. Nel giorno di Pasqua del 1995 fu ucciso da quella che è chiamata «la mafia dei tappeti».

In questi giorni le cronache parlano dei «ribelli del cioccolato».

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Aiutati da un no profit internazionale, otto lavoratori bambini hanno denunciato a un tribunale a Washington le sette più grandi multinazionali del cioccolato: Nestlé, Cargill, Barry Callebaut, Mars, Olam, Hershey, Mondel. Queste aziende sono accusate di «lavoro forzato, ingiusto arricchimento, supervisione negligente e danni fisici ed emotivi arrecati con dolo». Concretamente si tratta di aver sfruttato il lavoro di migliaia di bambini, impiegati nelle piantagioni dei loro fornitori come schiavi, privi di retribuzione. Le storie di questi otto ragazzini, che oggi hanno raggiunto la maggiore età, sono raggelanti: furono portati via quando avevano dieci anni o poco più dai loro villaggi, dalle loro case, promettendo alle famiglie stipendi sicuri. Le cose non sono andate così, le promesse subito tradite: Anch’essi si sono trovati a vivere in condizione di schiavitù, senza nessuna paga; furono obbligati a spruzzare pesticidi che sono diventati la causa della successiva deforestazione del territorio, costretti a usare per il loro lavoro il machete, ferendosi spesso, senza mai essere assistiti e curati. A sostenere gli otto in questa gigantesca sfida ci pensa un’organizzazione specializzata nell’assistenza legale alle vittime di soprusi (International Rights Advocates), da tempo impegnata a combattere le condizioni del lavoro minorile in Africa, tanto da aver già denunciato altre aziende primarie per non aver controllato la provenienza dei metalli usati per realizzare le componenti dei loro smartphone, in gran parte estratti da bambini con stipendi da fame nelle miniere di columbite-tantalite del Congo.

La notizia è apparsa anche su Repubblica. Anna Lombardi scrive: «La realtà degli schiavi-bambini nelle piantagioni della Costa d’Avorio è purtroppo ben nota: e nel 1999 molte delle aziende sotto accusa hanno perfino siglato un protocollo, impegnandosi a sradicare la pratica entro il 2005. Una scadenza poi slittata di 20 anni, al 2025. In realtà basterebbe utilizzare prodotti certificati Fairtrade, solidali cioè, capaci di garantire al produttore e ai dipendenti prezzi "giusti" assicurando pure la tutela del territorio. Ma questo significa adeguare il prezzo di mercato (oggi circa 1,78 dollari al chilo) al reddito minimo di sussistenza dei coltivatori ivoriani.». Chissà se la class action contribuirà a cambiare le cose. Per ora, soltanto Cargill e Nestlè hanno reagito ribadendo il loro impegno contro il lavoro minorile: «I bambini appartengono alla scuola, meritano sicurezza e una buona alimentazione». Un obiettivo lontano.

 

 

 

 

    



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