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Un Chiesa che sappia ascoltare

dom 30 mag 2021 10:05 • By: Renato Pellegrini

Papa Francesco e un sinodo per rinnovare la Chiesa

Papa Francesco ha indetto un sinodo della chiesa universale, che si intreccerà con quello della chiesa italiana. Sinodo è una parola che deriva dal greco e che significa «camminare insieme». Vale a dire sapersi ascoltare, dialogare, esprimere opinioni diverse e quindi decidere. Non è qualcosa che riguarda solo vescovi e preti, ma tutti i battezzati.

Sono ormai evidenti le diversità nel modo di intendere e vivere il vangelo tra il popolo di Dio e la cosiddetta gerarchia. Quest’ultima ha il compito non di comandare, ma di servire, di aiutare a vivere la parola di Gesù. Ed è importante tener presente che non tutti la comprendono e la vivono allo stesso modo, senza comunque commettere alcun peccato. Questo sinodo, spero, aiuti a superare il clericalismo ancora ben presente.

Voglio dire: quella tentazione per cui le elites sanno tutto, o quasi, di Dio e quindi possono decidere con potere più o meno assoluto. Hanno responsabilità non secondarie anche i laici, che a volte sono più preti dei preti e altre volte, pur avendo idee diverse e interessanti, trascurano di intervenire. Papa Francesco aveva detto, nella esortazione apostolica, che potremmo chiamare programmatica, Evangelii gaudium (La gioia del Vangelo) che il tempo è superiore allo spazio, la realtà è più importante dell’idea, l’unità supera il conflitto e il tutto è più della parte.

Questi principi, se bene intesi, soprattutto in Europa possono aiutare a trovare una via per un futuro possibile.

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Si tratta prima di tutto di ricucire la distanza o forse anche lo strappo tra la gerarchia (congregazioni vaticane, vescovi, preti) e popolo. E poi occorrerà armonizzare l’esperienza quotidiana delle persone con le esigenze, a volte tiranniche, dei sistemi nei quali viviamo e di una trasmissione della fede cristiana per lo più incomprendibile.

Francesco ha scritto che la realtà viene prima dell’idea. Quindi il Sinodo apre un percorso in cui non si possono sapere gli esiti in anticipo. La fede non può essere messa sotto controllo nemmeno dalla tradizione per la quale niente cambia e tutto deve continuare come sempre. E la Chiesa essere come un museo da visitare. Mi auguro che siano le realtà locali (diocesi e parrocchie) a poter portare un messaggio che hanno cercato nella loro esperienza di rendere vita. La Chiesa potrà finalmente sperimentare un modo nuovo di camminare, di ascoltare, di decidere insieme. Potrà finalmente smettere – almeno per questa occasione- di dividersi in chiesa docente che insegna e chiesa discente (i battezzati laici) che deve imparare. Se si cammina insieme tutti si ha da imparare e tutti da insegnare. La Chiesa di Francesco non ha, naturalmente, la soluzione per tutti i problemi. «Né tanto meno pretende di sovrapporre il proprio linguaggio, i propri canoni, la propria identità alla società nel suo insieme, come vorrebbero coloro che riducono la religione a un mondo chiuso.

Piuttosto, essa suggerisce la cosa più semplice e insieme più difficile: passare dall’ascolto e dal dialogo con la realtà. In tutte le sue componenti, a cominciare da quelle più fragili e marginali. Non sarà facile muoversi nella direzione indicata dal Papa. Ci vorrà tempo e lucidità, ci vorrà buona fede. Ma come sempre, l’importante è alzarsi e cominciare a camminare». (Mauro Magatti in Avvenire del 17 maggio u.s.). Tutto questo non sarà facile. Perché a camminare insieme non si è abituati. E perché, lo ha detto Francesco, c’è come un virus che ammorba la chiesa o forse più precisamente la sua gerarchia: l’amnesia.

Nel 2015, a Firenze, il papa tracciò il programma di una Chiesa in movimento chiamata a rinnovarsi. Ci furono tanti applausi, seguirono pochissimi fatti. Ebbene un Sinodo che “deve iniziare dal basso, dalla saggezza del popolo di Dio, che è infallibile in credendo», va preso molto sul serio. “La luce viene da Firenze, da quell’incontro, ma poi il Sinodo deve cominciare dalle piccole comunità. Pazienza, lavoro, far parlare la gente”. A Firenze, in quel pomeriggio di novembre, aveva detto che questo “è il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine”. Ne saremo capaci?



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