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Nessuna guerra è giusta

dom 24 apr 2022 09:04 • By: Renato Pellegrini

Nessun Dio, nemmeno un dio pagano, può sopravvivere alla guerra

Quest’anno abbiamo celebrato una Pasqua di guerra. Non c’è stata tregua né in Ucraina né altrove. In fondo, si dice, bisogna guardare in faccia la realtà per giustificare la guerra almeno quando si tratta di legittima difesa, o come mossa 'logica' per conquistare una posizione più forte al tavolo delle trattative che prima o poi verranno davvero.

È il pensiero di molti politici e opinionisti la cui voce si fa sentire forte in queste settimane. Papa Francesco sconcerta quando con i suoi discorsi sta accanto alle vittime della guerra d’aggressione voluta da Vladimir Putin eppure chiama «pazzia» gli ingenti aumenti delle spese militari voluti in Occidente. Si è ormai messa da parte la stessa possibilità di provare a ragionare su ciò che potrebbe mettere da parte la guerra, della ricerca di una soluzione che non faccia ricorso alle armi.

Lo scriveva già don Primo Mazzolari in un articolo su Il popolo il primo aprile 1955: «La morte tiene banco e fa la storia in luogo della vita, che non ha voce in capitolo. Infatti vince chi uccide di più: e chi vince par che abbia anche ragione». E in «Tu non uccidere» annota: «Quando si parla di pace bisogna parlarne come ne parlano i fanciulli, non pensando a nient’altro, non negando con le mani e col cuore ciò che le labbra dicono…»

C’è chi tira in campo il catechismo della Chiesa cattolica che sostiene la possibilità di una legittima difesa anche mediante la forza militare «a rigorose condizioni di legittimità morale». (n.2309) Tuttavia, scrive papa Francesco in Fratelli Tutti: «Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione (…) oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile guerra giusta. Mai più la guerra!» (n. 258).

Questa dottrina è già ampliamente presente nell’ enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII. Anche don Lorenzo Milani, nella lettera ai cappellani militari «L’obbedienza non è più una virtù» (1965), dopo lunghe argomentazioni conclude: «Allora la guerra difensiva non esiste più.

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Allora non esiste più una guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione».

Ma ciò che dovrebbe essere noto a tutti, ai cristiani prima di tutto, è la parola di Gesù: «A chi ti percuote su una guancia, tu offri anche l’altra» (Lc 6,27) che sbarra la strada a qualsiasi guerra giusta. Un messaggio confermato dall’esempio di Gesù che, dinanzi al tribunale di Pilato – quand’era in ballo la salvezza della sua stessa vita – non si difese affatto, ancorché fosse innocente e potesse ancora volgere il cuore della folla dalla sua parte. Quella stessa folla che lo abbandonò proprio perché Egli rinunciò alle armi, alla sommossa, alla rivolta e, non per nulla, scelse Barabba che era un facinoroso capopopolo, oggi diremmo un 'populista mediatico'.

«Gesù fece una scelta precisa e netta: quella di essere un servo del popolo sì, ma dell’universale 'popolo di Dio' come Servo del Signore che, per spegnere la violenza contrappose la potenza della sua mitezza. Il ripudio della guerra non è solo nello spirito neotestamentario, ma interpella e scuote tutta la Bibbia cristiana ed ebraica». (Rosanna Virgili in Avvenire, 17 aprile 2022) Anche Geremia fu insultato dai “profeti di pace”, che per la pace appunto, chiedevano la guerra. Le parole dettate da Geremia al suo segretario Baruc furono bruciate (cfr. Ger 36). Sì, perché consigliava al re di trovare un compromesso se voleva evitare un massacro e una strage in tutta la città. Come farebbero oggi, lo fecero anche allora: accusarono Geremia di collaborazionismo con gli invasori! E in Gerusalemme, colpita dalla spada e dalla fame, assediata dalla peste fu distrutto ogni germe di vita. E si arrivò a perdere persino l’ombra della dignità umana e di ogni ordine etico, quando le madri affamate mangiarono i figlioletti…

Ha ragione papa Francesco: nessuna guerra è giusta! Tutti siamo colpevoli o, almeno, corresponsabili. Anche il libro di Rut ci offre un altro esempio di ripudio della guerra. È una voce fuori dal coro, che si pone in una posizione dialettica nei confronti dello schema e della logica della guerra, che trovano ampio spazio nei libri che raccontano la storia di Israele. Mentre questi ultimi vedono il Paese promesso come un territorio da fruire in modo esclusivo, da conquistare e da difendere continuamente con la guerra, sterminando, possibilmente, i popoli che la contendono con gli israeliti, il libretto intitolato a Rut introduce non solo un dubbio, ma un’alternativa, direi un’opposizione a questo criterio: la terra potrà essere goduta e conservata solo se condivisa sia da Israele sia da Moab, sia dagli oriundi sia dagli immigrati, sia dagli amici sia dai nemici, dai vicini come dai lontani: «Il tuo popolo sarà il mio popolo – dice la moabita Rut alla betlemmita Noemi – il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rut 1,16).

Il nome di questo Dio comune sarà la Pace. E sarà la storia a dar ragione a Rut e a Geremia e alla «realtà» da loro aperta. Nella logica della guerra nessun nome di Dio può resistere. La guerra non uccide solo gli umani ma anche l’unico, vero Dio. No, nessun Dio, nemmeno un dio pagano può sopravvivere alla guerra. Basta leggere l’ultimo canto dell’Odissea quando, la mattina seguente alla strage dei Proci, si presentarono da Ulisse i parenti di questi ultimi, armati per procedere con l’ulteriore vendetta: «Smettete con la guerra funesta o Itacesi» disse la dea della Sapienza, mentre: «dalle mani di tutti le armi volarono e caddero a terra» (Odissea, Libro XXIV).

Ma noi siamo certi che Cristo, vero uomo e vero Dio, è risorto. Per questo, proprio adesso proprio qui, dobbiamo dare ragione della nostra speranza e restare saldi sulla via impervia e necessaria della pace.



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