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I poveri vanno cacciati

dom 03 lug 2022 08:07 • By: Renato Pellegrini

Breve viaggio nella criminalizzazione della povertà

«Ci sono persone considerate pericolose per gli atti compiuti: furti, omicidi e così via… E ci sono invece interi gruppi ritenuti pericolosi per la loro condizione sociale: mendicanti, emarginati, vagabondi. In una parola: i poveri. Non hanno fatto nulla di male, eppure continuano a essere ritenuti sospetti. Quando e perché abbiamo iniziato ad avere paura degli ultimi? E cosa è cambiato nel corso dei secoli?».

Parte da questi interrogativi un interessante libro di Enzo Ciconte, storico, docente all’Università di Pavia e fra i maggiori studiosi italiani della criminalità mafiosa. Stavolta però la sua nuova ricerca va in profondità rispetto a una questione che l’aveva sempre appassionato.

I poveri, purtroppo, sono sempre esistiti. Gesù stesso nel Vangelo aveva avvertito: «I poveri li avrete sempre con voi» (Mc 14,7). Ciò che storicamente è cambiato, è come sono stati considerati. Nell’età moderna, quando il povero è diventato agli occhi dei gruppi sociali dominanti colpevole. Non si sa di cosa o come lo sia diventato, ma è piuttosto evidente che oggi si assiste a una criminalizzazione della povertà.

La borghesia ha imposto una cultura e anche uno stile di vita nuovi. Tra le novità c’è la richiesta di un maggior decoro delle città. Abbiamo letto tutti (e probabilmente leggeremo ancora) di mendicanti ai quali si vietava di chiedere l’elemosina in qualche piazza delle nostre città, oppure di poveracci mandati via perché la loro stessa esistenza in quel determinato luogo portava uno sfregio al paesaggio e sicuramente infastidiva qualche turista.

Un poco alla volta s’è creata la mentalità che i poveri, ma anche i contadini e gli operai rappresentassero un pericolo sociale.

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Anche questa convinzione ingiusta e sbagliata, divenuta da molte parti una pratica di governo, non è nuova. Che questi soggetti vadano guardati con circospezione, e magari anche banditi dal consesso civile, è un pregiudizio che va avanti dal Cinquecento, evidenziando tratti di sconcertante continuità. Dal profondo della storia riemerge continuamente la paura del diverso. È facile forse pensare che le iniziative contro gli immigrati siano figlie della nostra epoca. In realtà sono molti più antiche. E riproporle significa ignorare il fallimento storico di quelle politiche rivolte a nascondere i presunti scarti della società nell’illusione di risolvere il problema.

«Oggi convivono forme vecchie e nuove di sfruttamento, perché sono stati in tanti a coprirle proprio col velo dell’ipocrisia.  O, ancor peggio, a liberarsi la coscienza con la teoria dello “sgocciolamento” cara ai liberisti, convinti che i benefici dei ceti abbienti favoriscano in modo automatico i poveri, facendo sgocciolare su di loro stille di quel benessere». (E. Ciconte)

Papa Francesco ha criticato con chiarezza questa teoria. E non è il solo per fortuna. Succede talvolta che senza volerlo qualcuno squarci il velo dell’ipocrisia e ammetta, come nel 2011 il miliardario statunitense Warren Buffet, che negli ultimi vent’anni è stata combattuta una guerra di classe, vinta senza troppi problemi proprio dai miliardari. Persa dunque dai poveri.

Lo stesso sostiene il sociologo e giornalista Marco d’Eramo quando dice che «negli ultimi cinquant’anni è stata portata a termine una gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i sudditi. Una rivoluzione invisibile, avvenuta senza che ce ne accorgessimo». Nello stesso calderone, insieme ai poveri, finiscono spesso gli stranieri. Tutto questo porta a considerarli criminali anche quando non hanno fatto nulla per violare la legge. «E ciò a causa di una tendenza a definire in termini criminali problemi di natura sociale. Pensiamo al “reato d’immigrazione clandestina”, addossato sulle spalle di chi cerca solo una vita migliore rispetto alla miseria da cui proviene.

Il controllo è l’ossessione di tutti i governanti. E sono la cultura dominante, le circostanze e i gruppi di potere in un dato periodo a determinare la scelta di cosa considerare reato, e di se e come punirlo». Nelle attività assistenziali la Chiesa ha avuto nei secoli un ruolo importante, se non centrale e d esclusivo. Nella Roma di papa Leone XII, a inizio Ottocento, ad esempio, il ruolo dei parroci era cruciale. E anche oggi papa Francesco ha fatto delle denunce alla povertà e alle disuguaglianze l’asse qualificante del suo pontificato.

Le disuguaglianze non sono ineluttabili. Nel Novecento il presidente della Fiat Vittorio Valletta prendeva 12 volte più di un suo operaio. Oggi un supermanager percepisce fino a duemila volte in più. «La permanenza di sacche di miseria è la riprova del fallimento delle politiche sociali e delle teorie economiche che pretendevano di ridurle. E allora come se ne esce? Nessuno ha la ricetta definitiva, ma è sempre più urgente per il bene dell’umanità individuare strade nuove. E imboccarle, il prima possibile».



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