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Serve pregare?

dom 24 lug 2022 11:07 • By: Renato Pellegrini

Ma prima di tutto, cosa intendiamo per 'preghiera'?

A tutti è capitato di pregare e sentirsi inascoltato; quante volte ci lamentiamo per aver chiesto a Dio, come in questo periodo, che faccia piovere, ma la siccità continua a causare i suoi danni, quante volte abbiamo chiesto che finisca la guerra, ma la guerra continua con le sue stragi e i suoi morti innocenti, oppure abbiamo implorato la guarigione per una persona che ci sta a cuore senza che succedesse assolutamente nulla. E allora perché dovremmo pregare se tutto continua come sempre?

Vorrei tentare una risposta, sicuramente incompleta e probabilmente bisognosa di ulteriori approfondimenti. Comincio raccontando un fatto avvenuto nel Regno unito. Richard Holloway, un vescovo della chiesa anglicana, dopo aver tenuto una conferenza, si è sentito rivolgere da una signora di circa ottant’anni questa domanda: «Vescovo, lei prega?» Il vescovo rispose, senza un momento di esitazione, con una sola parola: «No!». Non fece nessun altro commento, lasciando che quel «no» risuonasse così a lungo da creare non poco disagio. Poi, rompendo il silenzio, disse: «Signora, se avessi risposto alla sua domanda con «sì», lei avrebbe supposto che io accettavo la sua definizione di ciò che significa pregare e la sua definizione di Dio».

E subito aggiunse che dalla nostra infanzia ci portiamo dietro una certa confusione. Dio rischia sempre di essere Babbo Natale. «La preghiera non è come una lettera che noi scriviamo a Babbo Natale» ricordando a Dio quello che deve fare per noi. Pensiamo che quando tutte le risorse ci hanno abbandonato, allora è il momento di gridare a Dio a gran voce. Pensiamo che Egli possa intervenire sulle forze della natura, che non possa fare il bene o essere misericordioso se noi non glielo chiediamo. Noi siamo anche convinti che la volontà di Dio può essere cambiata e con essa il corso della storia grazie proprio alle nostre preghiere.

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Non è così. Dio ha dato origine al mondo che continua con le leggi ben precise della fisica ad attraversare i secoli e i millenni. Dio non è onnipotente, non può fare ciò che vuole, rovesciando il normale funzionamento dell’universo e di ciò che in esso è contenuto.

Lo dicono anche i rabbini ebrei: Dio, dopo la creazione ha smesso di essere onnipotente. Ma allora perché Gesù insiste molte volte sull’importanza della preghiera, sulla necessità che abbiamo di chiedere al Padre quello che vediamo che è necessario per noi. La preghiera riveste un ruolo centrale nell’esperienza religiosa. Tutto questo, però, non vuole dire che Gesù sia stato il fondatore di una nuova religione. Quello che Gesù ha voluto è stato una religiosità alternativa e marginale, in relazione alla religione ufficiale della sua cultura. Gesù si scontrò con il tempio, con i sacerdoti, con i culti, con la legge e con i rituali, dovette sopportare lo scontro con i dirigenti religiosi. Ma nessuno ha mai potuto rimproverargli il fatto che non pregasse. L’aspetto originale di Gesù è che, per pregare, non andava né al tempio, né alla sinagoga.

Gesù pregava sempre in luoghi solitari, in aperta campagna, sui monti…
Tutto ciò si comprende meglio se teniamo presente che “pregare” è “esprimere un desiderio”. Un desiderio che – lo pensiamo o no – porta a Dio, al Trascendente. Per questo si può affermare che preghiamo quello che veramente desideriamo. Ecco perché i nostri desideri sono la nostra forma e la misura della nostra religiosità. La religione insiste sull’importanza delle preghiere, dei rituali, delle formule e delle parole.

Gesù insiste su qualcosa di più profondo, che è quello che veramente desideriamo, quello che bramiamo, quello che ci preoccupa o amiamo di più.
E questo è il significato che ha il “Padre nostro”. Non è una “formula religiosa”, ma l’“esprimere e l’ordinare i nostri desideri”. Gesù questo ci dice, quello che dobbiamo desiderare. In definitiva, quello che dobbiamo desiderare nella vita. E quello che più ci deve preoccupare. Secondo l’evangelista Luca il nostro desiderio più grande dovrebbe essere lo Spirito Santo, cioè l’accoglienza della volontà di Dio che vuole un mondo dove gli uomini e le donne godano di uguale dignità, promuovano la pace e sconfiggano le ingiustizie, sappiano perdonare, cioè recuperare l’errante nella sua umanità sfilacciata, non pensino soltanto al denaro facendone un idolo, vedano il bene dovunque c’è, anche in parti magari inaspettate, cerchino la felicità di tutti… E Dio allora è lì in quella fatica, in quello sforzo, a donare coraggio, motivazioni e serenità nelle tempeste.

Vorrei terminare come ho iniziato, citando un’altra storia, la lotta che una coppia di sposi ingaggia contro il cancro: cinque anni in cui nulla è risparmiato. Si oppongono al male con tutte le risorse della medicina e della psicologia, con la meditazione e con il legame d’amore che stringe la coppia. La moglie, malata, morirà. Ma prima suggerisce al marito: «Abbandonati a Dio e accetta la sua volontà… Attendi il suo volere. Se vuoi che egli faccia ciò che tu vuoi, non è abbandono ma comando. Non puoi chiedergli di obbedirti e tuttavia pensare di esserti abbandonato… Lascia tutto completamente nelle sue mani».

Desidera ciò che Lui desidera, il bene che solo Lui conosce.



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