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Prendersi cura

dom 18 ott 2020 10:10 • By: Renato Pellegrini

Partendo da un classico della letteratura mondiale, una riflessione sugli uomini di fronte al male

Durante il tempo della chiusura totale, quando si doveva restare a casa e gli incontri con le persone erano per lo più inesistenti, ho riletto il romanzo di Albert Camus: La peste.

L’autore descrive il dolore e la morte, esperienza devastante, nella forma estrema di un’epidemia pestilenziale. Il Pastore della città tiene due omelie in due momenti diversi; la prima quando la peste all’inizio, quando la curva del contagio ha appena iniziato la sua tremenda impennata. Racconta, in una chiesa gremita da un popolo impaurito, che è Dio a intervenire duramente per le malefatte degli uomini. Dice quello che qualcuno (prigioniero di una religiosità fanatica) pensa anche oggi. Vale a dire che la peste è il flagello che Dio ha scatenato perché l’uomo possa comprendere la gravità dei suoi peccati. Se l’uomo ha perso la sua capacità di essere responsabile Dio interviene con castighi tremendi. Il predicatore raffigura da una parte Dio con la sua giustizia implacabile e dall’altra l’uomo, irrimediabilmente peccatore.

C’è però in questo ragionare qualcosa che non torna.

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Se la peste è un castigo per la cattiveria umana, come mai ne sono colpiti anche gli innocenti, i bambini? Non dovrebbe essere solo il colpevole colpito dalla frusta divina perché possa ravvedersi? È lo scandalo che possiamo sentire nel lamento e nella protesta di Giobbe: perché il giusto è colpito nonostante la sua santità? Perché non c’è alcun rapporto tra il bene fatto e il male subito? Perché anche il giusto e l’innocente cadono sotto i colpi del male?

Diverso è il tenore del secondo sermone. L’epidemia nel frattempo ha colpito ciecamente tutti, senza alcuna distinzione. Ma è accaduto un fatto imprevedibile per il pastore, che ha visto morire tra le sue braccia, dopo una straziante agonia, un bambino. Le sue certezze sul Dio giusto che colpisce per i peccati degli uomini crollano di colpo. Può Dio volere la morte di chi non ha colpe?

Il dolore innocente taglia alla radice una simile teologia. Di nuovo il Padre convoca il popolo in una chiesa «fredda e silenziosa». La popolazione è stata decimata e ognuno stava rinchiuso in casa con tanta paura addosso. Se nella prima predica l’accento era caduto su Dio, ora invece al centro della riflessione è posto l’uomo: se il male non è spiegabile, c’è almeno qualcosa che tutti possono fare?

La risposta data è che il male ci rende responsabili, perché Dio si è allontanato dall’uomo e lo ha lasciato solo nella sofferenza. Il pastore racconta come durante la grande pestilenza di Marsiglia degli ottanta religiosi presenti nel convento di Mercy solo quattro sopravvissero alla peste. E di questi quattro tre fuggirono per salvarsi la vita. Uno soltanto fu capace di restare.

L’ultima Parola che il Padre consegna a chi lo ascolta è proprio questa: essere tra quelli che sanno restare. «Saper restare è effettivamente il nome primo di ogni pratica di cura. Significa rispondere all’appello di chi è caduto. In termini biblici è ciò che illumina la parola «Eccomi», che rende umana la cura non abbandonando nessuno alla violenza inaccettabile del male» (Massimo Recalcati).

È saper dire: io mi prendo cura di te!      



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