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Speciale 25

Valli alpine globali

mar 07 lug 2020 21:07 • By: Christian Arnoldi

Sociologo e docente all’Università di Trento: «Il Covid ha messo in luce l'inadeguatezza delle politiche degli ultimi decenni»

 

L'evento che negli ultimi mesi ha scombinato le nostre vite quotidiane, le nostre relazioni affettive e lavorative, le forme di organizzazione e il tessuto produttivo nazionale e locale, nominato Covid-19, ci ha fatto esperire in modo concreto il significato dell'interconnessione globale. La pandemia, diffusasi in modo estremamente rapido e giungendo anche negli angoli considerati periferici del pianeta, grazie alla iper-mobilità e alla iper-connessione, ha fatto da cartina di tornasole, da liquido di contrasto, rispetto alla condizione globale nella quale viviamo da almeno tre decenni. Ci ha fatto fare esperienza diretta del significato dell'interdipendenza e della de-localizzazione dei settori produttivi, pensate soltanto alla difficoltà di reperire i cosiddetti "dispositivi di protezione individuale", le mascherine, i guanti e il gel disinfettante, o strumenti sanitari come i ventilatori polmonari. Non solo, ha messo in luce anche l'incapacità dei sistemi politici e produttivi di tener conto dei mutamenti storico-culturali in atto e delle previsioni scientifiche che da tempo ci avevano messi in guardia sui rischi dell'attuale modello di sviluppo. La pandemia da Covid-19 ci ha permesso di toccare con mano l'inadeguatezza e la miopia delle politiche degli ultimi decenni e dei modelli organizzativi, pensate agli ambiti sanitario e scolastico, ma potremmo aggiungere anche quelli produttivo, abitativo, ambientale, culturale, ecc.

Questi aspetti - da un lato la globalizzazione e l'interdipendenza, l'interconnessione e l'iper-mobilità, la de-localizzazione; e dall'altro lato l'incapacità di mettere in campo politiche adeguate - portati alla luce in modo prepotente dall'evento pandemico, sono i principali vettori e le principali modalità di gestione, che hanno prodotto i cambiamenti degli ultimi decenni, anche nelle valli di Non e di Sole.

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Mutamenti, certamente raccontati innumerevoli volte anche dai mezzi di comunicazione mainstream, compreso il NOS Magazine, ma forse mai esperiti con tanta urgenza e irruenza nella nostra quotidianità e quindi, probabilmente, non del tutto compresi, o forse sottovalutati, dalla maggior parte di noi e proprio per questa ragione gestiti in modo emergenziale, cercando di tamponare le falle più grosse, senza una visione complessiva.

Volendo restringere il campo di osservazione all'ambito turistico, potremmo dire, molto superficialmente, che l'aumento straordinario delle possibilità di spostamento e di interconnessione degli individui (apertura di molte frontiere, affermarsi di nuove destinazioni, voli low cost, offerte all inclusive) hanno ridotto il periodo di permanenza in una stessa località e, soprattutto, hanno esteso a livello globale la competizione tra le destinazioni turistiche. Nel mercato alpino si è rovesciato il rapporto tra domanda e offerta ponendo in posizione dominate la prima e quindi accentuando la concorrenza tra regioni, valli e mete turistiche. A questo si è fatto fronte principalmente assumendo una visione, per così dire, «miglioristica» di superficie, cioè si è immaginato che da un anno all'altro fosse necessario e sufficiente introdurre ammodernamenti per richiamare e attrarre i clienti/turisti. E allora via via sono sorte nuove funivie, nuove piste da sci, prolungamenti o collegamenti di quelle già esistenti, parchi avventura, nuovi parcheggi, l'ampliamento della rete stradale, il rinnovo delle strutture ricettive, la nascita di nuovi eventi, i ritiri delle squadre di calcio, ecc. Secondariamente si è avviato un processo di recupero e di conservazione delle vecchie strutture agro-silvo-pastorali e di parallela invenzione di tradizioni, feste, rievocazioni storiche, costumi, tipicità, nell'ottica di offrire ai turisti una qualche particolarità storico-etnico-culturale, anche se, talvolta, caricaturale. Tutto questo mantenendo il modello turistico scelto in passato, vale a dire quello massivo (mi riferisco alla Val di Sole), basato sui grandi numeri, soprattutto della stagione invernale, che, tra l'altro, dando un'occhiata ai dati, sembra aver portato sino ad ora a un progressivo incremento di arrivi e presente, anche se, negli ultimi 25 anni (dal 1995 al 2019), più contenuto e con forti alti e bassi, rispetto a quello dei due decenni precedenti (1975-1994).

Nonostante ciò il modello organizzativo appare fortemente inadeguato, soprattutto in vista di altri cambiamenti globali, già da tempo in atto ed evidenti, come quelli climatici. Pensiamo alla diminuzione delle precipitazioni, alla necessità di produrre in misura sempre maggiore neve artificiale, all'innalzamento delle temperature, all'emergenza idrica estiva qua e là percepita negli ultimi anni, di fronte ai quali, sino ad ora, si è reagito in modo, appunto, emergenziale e superficiale (è proprio il caso di dirlo), pensiamo all'emblematica vicenda del ghiacciaio Presena e della sua copertura estiva non i teli geotessili; oppure, tali cambiamenti, sono stati addirittura ignorati come nel caso dell'«accanimento terapeutico» messo in atto nei confronti di un evento ormai privo di senso, vista l'assenza di precipitazioni nevose a bassa quota degli ultimi anni, come la Ciaspolada in Alta Anaunia.

Concludo auspicando che il ritorno alla normalità tanto sollecitato in relazione al Covid-19 non sia anche un ritorno all'emergenzialità e alla superficialità degli ultimi 25-30 anni.



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